Perché ogni tentativo di trasformare l’arte in un asset finanziario in Italia finisce nel nulla.
MUSEUM OF FINE ARTS | boston, america – acquistata su shutterstock.com
C’è stato un momento in cui l’Italia sembrava pronta a colmare un vuoto storico nel rapporto tra arte e finanza. Due iniziative, annunciate con enfasi e ambizione, promettevano di trasformare il mercato dell’arte in un settore finalmente strutturato e accessibile agli investitori, risolvendo uno dei problemi più annosi della scena artistica: l’inaccessibilità di collezioni private. L’idea alla base di questi fondi era rivoluzionaria nella sua apparente semplicità. Le opere detenute da collezionisti privati, spesso nascoste alla vista del pubblico, sarebbero state attivate attraverso mostre, prestiti museali e strategie di valorizzazione, creando un modello in cui l’arte non fosse più un patrimonio esclusivo ma un asset dinamico, capace di generare valore economico e culturale.
Il primo tentativo arrivò nel 2007 con Pinacotheca, un fondo lanciato dalla Cassa di Risparmio di Ferrara, mentre il secondo, nel 2021, fu la collaborazione tra DartMilano e Rochel Invest, un’operazione finanziaria con un portafoglio di opere dal valore dichiarato di 100 milioni di euro. Entrambi i progetti promettevano di segnare un punto di svolta nel rapporto tra investimenti e patrimonio artistico. Entrambi si persero in un nulla di fatto.
L’illusione di Pinacotheca
Ferrara, 2007. In pieno fermento economico, la Cassa di Risparmio di Ferrara annuncia con grande clamore la nascita di Pinacotheca, il primo fondo d’investimento italiano dedicato esclusivamente all’arte. L’idea era ambiziosa: raccogliere fino a 50 milioni di euro per acquisire opere di artisti minori, databili tra il XIII e il XVIII secolo, valorizzarle attraverso mostre e prestiti museali e restituire al pubblico un pezzo di storia dell’arte altrimenti confinato in collezioni private. Il progetto ottiene un’autorizzazione speciale della Banca d’Italia, un unicum nel panorama finanziario del Paese. La selezione delle opere è affidata a Vittorio Sgarbi, mentre la gestione patrimoniale viene assegnata a Vegagest, una società di gestione del risparmio legata a Carife.
L’idea di trattare l’arte come un asset finanziario si sposa perfettamente con la necessità di rendere visibile e fruibile un patrimonio altrimenti inaccessibile. Pinacotheca si propone come una soluzione concreta: i capitali raccolti dagli investitori sarebbero stati utilizzati non solo per acquistare opere, ma anche per restaurarle, esporle e inserirle in un circuito virtuoso di valorizzazione museale. Il progetto prevede addirittura il recupero di una chiesa medievale sconsacrata, che sarebbe diventata sede di esposizioni temporanee, rendendo l’arte non solo un investimento, ma anche un volano per lo sviluppo culturale e turistico della città.
Dopo un inizio carico di aspettative, però, il silenzio. Appena un anno dopo l’annuncio, il fondo non è più nei radar. I motivi della sua scomparsa non vengono mai chiariti del tutto, ma il contesto aiuta a comprenderne il destino. Il 2008 è l’anno della grande crisi finanziaria globale, che travolge le banche e impone nuove priorità agli investitori. Carife stessa, nel tentativo di restare a galla, è costretta a un aumento di capitale da 71 milioni di euro. Pinacotheca scompare come se non fosse mai esistito, lasciando dietro di sé solo un’eco di promesse non mantenute.
La parabola di DartMilano e Rochel Invest
Quattordici anni dopo, la storia sembra ripetersi. Milano, 2021. Con un linguaggio aggiornato ai tempi, l’arte torna al centro di un grande progetto finanziario. DartMilano e Rochel Invest annunciano la nascita di un nuovo strumento d’investimento che promette di cambiare per sempre il modo di concepire il rapporto tra collezioni private e fruizione pubblica. L’idea è la stessa che aveva animato Pinacotheca: creare un fondo che permetta di valorizzare opere d’arte inaccessibili attraverso prestiti, mostre e strategie innovative di monetizzazione del patrimonio artistico.
A guidare l’iniziativa ci sono Lorenzo Grassini, fondatore di Rochel Invest Plc, un fondo con sede a Londra specializzato in investimenti nelle PMI italiane, e Pier Giulio Lanza, imprenditore con un passato nel mondo dell’arte. Il loro progetto sembra più solido rispetto ai precedenti tentativi. Il portafoglio dichiarato è impressionante: 100 milioni di euro in opere di Lucio Fontana, Picasso, Tiziano, Manzoni e altri giganti della storia dell’arte. L’obiettivo è ambizioso: rendere l’arte un asset liquido, capace di generare valore attraverso mostre e prestiti, invece di rimanere confinata in caveau inaccessibili.
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Ma, come nel caso di Pinacotheca, l’entusiasmo iniziale si spegne rapidamente. Nel giro di pochi mesi emergono le prime crepe. Il colpo di grazia arriva con il fallimento del Dynamic Art Museum (DAM) di Milano, fondato proprio da Pier Giulio Lanza. Il museo, nato come spazio fisico dedicato agli NFT, chiude nel giro di due anni, vittima della liquidazione giudiziale della società che lo gestiva e del tracollo del mercato NFT.La crisi dell’arte digitale si abbatte su DartMilano e Rochel Invest come un uragano. Il progetto, che sembrava destinato a rivoluzionare il settore, scompare dai radar senza lasciare traccia. Ancora una volta, il sogno di un fondo d’investimento per l’arte in Italia si dissolve nell’aria. Un problema di sistema
Due esperimenti, due fallimenti. Il problema non è solo di chi li ha promossi, ma dell’intero sistema. In Italia, l’arte continua a essere vista più come un bene culturale che come un asset economico. L’idea di fondi strutturati per investire nel settore si scontra con una serie di ostacoli: la mancanza di regolamentazioni chiare, la diffidenza degli investitori e un mercato che, nonostante il valore straordinario delle opere italiane, rimane poco liquido e difficile da strutturare secondo logiche finanziarie.
A questo si aggiunge una tendenza cronica a esagerare le promesse iniziali. Tanto Pinacotheca quanto DartMilano-Rochel Invest sono stati annunciati con toni trionfalistici, promettendo rivoluzioni che, nei fatti, non sono mai arrivate. L’arte non può essere forzata in schemi finanziari senza una visione chiara e a lungo termine. La grande illusione di un fondo d’investimento per l’arte continua a ripetersi con cadenza quasi ciclica, come se ogni decennio qualcuno ci riprovasse, convinto di poter trasformare l’arte in un asset gestibile come un titolo azionario.
Ma la realtà è che, almeno in Italia, il matrimonio tra finanza e arte rimane un’utopia. Forse un giorno qualcosa cambierà. Forse qualcuno riuscirà davvero a creare un modello che funzioni, capace di coniugare investimento, accessibilità e valorizzazione culturale. Ma fino ad allora, continueremo a vedere annunci roboanti seguiti da silenzi imbarazzanti. Tanto rumore per nulla.
Articolo di Matteo Dall’Ava