L’arte, quella vera, ha sempre avuto un’irresistibile attrazione per le fughe da casa.
WALTER CICCHETTI / Manifesti di KEITH HARING per presentare la prima mostra mai realizzata al The Broad Museum di Los Angeles dedicata a Keith Haring | Shutterstock.com
Infatti, ogni tanto si concede una fuitina e scappa dai musei, sfugge ai galleristi come una ragazzina furba e vivace e si rifugia dove meno te l’aspetti: su un muro scrostato, sotto un cavalcavia, accanto a un carrello del supermercato. E no, non è per capriccio. È per bisogno. Quello urgente e testardo di essere vista, toccata, vissuta.
Se oggi inciampi in un’opera passeggiando a Milano o ti trovi faccia a faccia con un murale a Torino, non stupirti. È solo il segno che l’arte non sta più ad aspettarti in un cubicolo con i faretti puntati. Si è fatta strada – in senso letterale. Probabilmente possiamo anche dire da dove tutto è iniziato: forse un nome su tutti lo merita, Keith Haring. Quello con le linee spesse, i pupazzi danzanti e la capacità di urlare sui muri metropolitani più di quanto facciano certi personaggi al microfono (e non parliamo di cantanti).
Negli anni ’80, Haring ha preso la street art e l’ha resa pop, politica e pure un po’ sacra. Ha detto chiaramente: “L’arte non è per i critici, è per la gente.” E da lì in poi, la gente ha cominciato a guardarsi intorno.
E quando parliamo di POP perché nominiamo Haring e non Warhol?
La risposta sta nel contesto, e in quello che volevano dirci. Andy Warhol era il cronista lucido della società dei consumi: Marilyn, Campbell’s, Coca-Cola diventano arte come oggetti da ripetere e collezionare. Haring invece era un ribelle col gessetto: l’arte per lui era un grido, un abbraccio, una presa di posizione. Se Warhol ti riflette come uno specchio, Haring ti invita a cambiare le cose. Uno osserva, l’altro partecipa. Entrambi pop quindi, ma per motivi opposti.
In Italia, le fughe d’arte sono ormai evasioni di massa paragonabili a quelle di cervelli. L’arte ha rotto le sue cornici e ha iniziato a vivere in strada, tra le persone, diventando pop nel senso più autentico: popolare, accessibile, viva. Alcuni luoghi hanno abbracciato questa trasformazione con coraggio e visione, infatti a Milano, il quartiere Ortica è diventato ciò che viene definito un Museo a Cielo Aperto che gioca la sua partita tra l’eleganza e la spregiudicatezza urbana. I murales del collettivo Ortica Noodles raccontano la storia d’Italia, dalle donne partigiane ai grandi personaggi dello sport e della musica, come Enzo Jannacci e Gino Strada. Non si tratta solo di bellezza, ma di memoria collettiva e di narrazione appesa ai muri.
TETIANA TYCHYNSKA / Interni della stazione metropolitana Università | Shutterstock.com
FABIOMITIDIERI / LAIKA ospite del concerto del Primo Maggio a Taranto | Shutterstock.com
Milano è anche la città in cui Teelent Art ha deciso di provocare, e lo ha fatto tra un frullatore e una lavatrice. Letteralmente! All’interno della galleria di Mediaworld Certosa, le opere degli artisti di Teelent esposte appositamente stampate in grande formato, hanno fatto vorticare lo sguardo dei clienti in un turbine di colori e provocazioni. Performance live, gigantografie, installazioni immersive tra elettrodomestici e cavi USB: la rivoluzione dell’arte accessibile è passata anche da lì. Nessun biglietto, nessuna cornice dorata, solo pura contaminazione visiva donata ad un pubblico che rappresentava la massa, l’italiano medio, chi non varca le soglie dei musei o chi lo fa in selezionate occasioni. A Napoli, invece, la stazione Toledo, progettata da Oscar Tusquets Blanca, è un’esplosione di luce e mosaici blu che ricordano un fondale marino, sorpresa e stupore pensando di essere sotto terra, ma è nella stazione Università che l’arte pop contemporanea prende il sopravvento: le sculture di Karim Rashid e le pareti fluo fanno riflettere sul linguaggio e sulla comunicazione nell’era digitale. E poi ci sono i volti monumentali di Jorit: Maradona, Che Guevara, Martin Luther King. Icone che fissano la città dall’alto, trasformando palazzi in manifesti e quartieri in gallerie sociali. Ogni opera è un grido silenzioso che guarda negli occhi i passanti.
Il riconoscimento artistico oggi non passa più (solo) dalle mani dei critici o dei galleristi, ma da quanto l’opera riesce a vivere nel tessuto umano. Artisti come TVBOY, Laika, Millo e lo stesso Jorit devono il loro successo alla strada. Ai muri. Alla gente. Alla rete. Perché i social, da Instagram a TikTok, sono diventati le nuove gallerie. Ogni scatto è un invito a entrare in un mondo che non ha bisogno di biglietto d’ingresso.
Nel nuovo lessico della celebrità artistica, i curatori dicono “wow” solo dopo che TikTok ha detto “viral”. TVBOY ti spara in faccia verità sociali con opere lampanti e provocatorie, spuntate ovunque tra Milano, Barcellona e Palermo. Laika incolla manifesti a Roma, ma è un bisturi urbano: precisa, affilata, chirurgica. Jorit ti fissa da palazzi di dieci piani con occhi di eroi e ribelli. E Millo? Le sue città fiabesche sembrano uscite da un sogno di Escher dopo una tisana al CBD.
Sono artisti che non chiedono il permesso e non vendono biglietti. Ti costringono a guardare, anche solo mentre vai a prendere il pane. Sono ragazzini e ragazzine vivaci e furbi.
E poi ci sono loro: i social. Le nuove cattedrali dell’immagine, dove l’arte può brillare, sgonfiarsi, moltiplicarsi o evaporare nel giro di qualche like. Instagram è ormai la Biennale permanente dello scroll compulsivo. Alcuni artisti pensano già in formato stories, altri si scoprono per caso in un reel e diventano miti. In ogni caso, il feed è il nuovo catalogo, il nuovo biglietto da visita o la lettera di presentazione.
La pop art contemporanea non vuole solo farsi guardare. Vuole disturbarti, farti pensare, farti ridere e poi farti sentire un po’ in colpa per aver riso. Ti guarda dalla parete mentre mangi il kebab e ti chiede: “Cosa stai facendo per cambiare le cose?”
È arte con la felpa, le sneakers e il cuore in subbuglio. È quella che si infila nella tua quotidianità senza bussare e ti lascia un messaggio in testa, proprio a te che non sei un addetto ai lavori, un critico d’arte o un curatore. Come diceva Haring, “L’arte è per tutti.” Ma soprattutto, è per chi la sa riconoscere anche se non ha la targhetta accanto.
E allora, sì: l’arte pop oggi esce dal museo, scende dal piedistallo e si mette a camminare. Magari la trovi sotto casa, o sulla serranda del ferramenta. E se sei fortunato, ti cambia la giornata. O almeno l’algoritmo.
Benvenuti nel museo diffuso. Biglietto non richiesto, attenzione obbligatoria.
Articolo di Cristina Calvia