Trump vuole riscrivere la storia americana con un ordine esecutivo che trasforma musei e monumenti in strumenti di propaganda. L’arte resiste, ma rischia di diventare solo un ornamento patriottico.
LONNIE BUNCH III / 14° Segretario della Smithsonian Institution
Donald Trump non ha solo rispolverato uno slogan: ha impugnato il pennello e ha cominciato a ridipingere la storia americana, una mostra alla volta. L’Ordine Esecutivo 14253, firmato il 27 marzo 2025, non è un semplice documento politico: è un ready-made ideologico. Si intitola “Restoring Truth and Sanity to American History” e intende fare pulizia: via le narrazioni divisive, dentro una narrazione celebrativa, patriottica. Ma ciò che più colpisce è la sua ambizione di trasformare i musei in confessionali dello spirito nazionale.
Il bersaglio principale? La Smithsonian Institution. Una macchina culturale imponente, con i suoi 21 musei e lo Zoo Nazionale. Trump la accusa di essere diventata l’epicentro di un’ideologia che divide, che non racconta la verità, ma che promuove secondo lui teorie dannose, dalla Critical Race Theory all’ideologia di genere. La sua soluzione? Proibire ogni finanziamento a mostre che parlano di razzismo sistemico, diritti LGBTQ o che mettono in discussione i valori americani condivisi.
Ma condivisi da chi? Uno dei casi più emblematici è la mostra “The Shape of Power” al Smithsonian American Art Museum. Racconta come la scultura americana abbia veicolato ideologie razziali. Un’affermazione oggi sostenuta da decenni di ricerca, ma che per la nuova amministrazione è inaccettabile. La mostra, prevista fino a settembre 2025, non è stata annullata. Ma la stigmatizzazione pubblica è una forma di censura indiretta, più sottile e forse più efficace. Un preavviso per chiunque stia progettando una mostra sul lato oscuro della Storia americana: pensateci due volte, o tre, o lasciate perdere.
Il vero nodo è che questo ordine non agisce sul passato, ma sul futuro. Non distrugge mostre, ma condiziona quelle che verranno. Impone una linea di racconto: celebrare la grandezza americana, ignorando le sue ombre. Così, mentre l‘Institute of Museum and Library Services (IMLS) viene smantellato, con un impatto devastante su migliaia di musei locali e biblioteche, le nuove esposizioni devono passare per il filtro dell’orgoglio nazionale. Anche il bilancio della Smithsonian Institution è stato decurtato del 12%. Non si taglia l’arte, si restringe lo spazio per quella che non serve al potere.
Nel mirino anche il nascente “Women’s History Museum“, a cui viene vietato esplicitamente di ospitare mostre che celebrano le donne trans. Il messaggio è chiaro: la storia delle minoranze è un lusso ideologico che l’America di Trump non vuole più permettersi. Una pulizia semantica prima ancora che politica.
THE SHAPE OF POWER / Mostra curata da Karen Lemmey, Tobias Wofford e Grace Yasumura
LUNA MONICI / ” The New Founding Father: Ego First”, intelligenza artificiale
Tuttavia, il capolavoro concettuale dell’intero ordine esecutivo resta il tentativo di ripristinare i monumenti rimossi dal 2020, in piena resa dei conti razziale. Laddove statue confederate erano state abbattute da cittadini che chiedevano giustizia, Trump le vuole rimettere in piedi, come se la pietra potesse assolvere la storia. Una manovra di contro-narrazione che trasforma il paesaggio urbano in un atlante nostalgico, ma selettivo. Non è revisionismo, è restauro ideologico. Con il rischio che il monumento diventi un oggetto senza memoria, decorativo, imbalsamato: come un trofeo muto in un salotto di famiglia. Il rischio più grande, secondo le associazioni di storici e curatori, è l’effetto raggelante. I musei non vengono chiusi, ma indotti all’autocensura. Per evitare tagli, scandali o la perdita di fondi, potrebbero decidere di non proporre mostre potenzialmente divisive. Un danno invisibile ma profondo, che trasforma l’autorità culturale in compiacente decoro. La paura di perdere tutto diventa il motivo per non dire niente. E questo clima di sorveglianza simbolica si riflette anche nelle aule universitarie, nelle conferenze, nei bandi di ricerca: tutto ciò che riguarda la storia sembra dover passare il test dell’American Pride.
Ma la parte più paradossale è che tutto ciò avviene nel nome della verità. Un presidente che ha reso lo storytelling una performance politica continua ora reclama il monopolio della narrazione storica. Trump non vuole solo musei più patriottici, vuole musei che siano altoparlanti di una verità approvata: quella di un’America senza colpe, dove l’unico colore che conta è il rosso, bianco e blu. Il risultato? Un’estetica del consenso, dove ogni opera d’arte è una standing ovation plastificata. Si entra in galleria come si entra in una parata militare: tutto allineato, tutto in marcia, tutto impeccabilmente celebrativo.
Eppure, la storia non si piega facilmente. Resiste. La Smithsonian, per esempio, ha risposto affermando la propria autonomia. Il suo segretario, Lonnie Bunch III, ha ricordato che il compito di un museo non è celebrare, ma raccontare. Le proteste non sono mancate. Storici, accademici, associazioni professionali hanno definito l’ordine come orwelliano, draconiano, un attacco inquietante alla libertà accademica. E mentre a Washington si litiga sul senso della memoria, migliaia di piccoli musei in tutto il Paese si chiedono come sopravvivere. Non solo economicamente, ma eticamente. Perché se la storia deve essere ridotta a fiaba, il mestiere dello storico diventa quello del cantastorie di corte.
Fuori dagli USA, l’effetto potrebbe essere meno tangibile ma non meno reale. I musei stranieri che collaborano con quelli americani potrebbero iniziare ad autocensurarsi. La paura di allinearsi a una narrazione troppo critica dell’America potrebbe portare a evitare temi scomodi, a vantaggio di una diplomazia culturale più neutra, e quindi meno sincera. L’autocensura è una lingua che si impara in silenzio, e il silenzio – lo sappiamo bene – non fa mai buon archivio. Anche nei festival internazionali, nelle biennali, nelle residenze d’artista, si respira già una tensione: meglio evitare, meglio non esporsi, meglio sorridere e parlare di creatività inclusiva che di conflitti e contraddizioni.
In fondo, Trump non ha chiuso i musei. Ha semplicemente cambiato la serratura. E se è vero che ogni chiave ha una forma, la sua assomiglia a una bandiera piegata, messa in una teca, col cartellino: “Verità garantita dallo Stato”. E così, come in un museo dove la luce è sempre la stessa e le stanze sembrano corridoi di un centro commerciale, anche la memoria rischia di appiattirsi. L’America di Trump non vuole più essere ricordata, ma riconosciuta. Non chiede di essere capita, ma creduta. Ed è proprio qui che l’arte – quella vera – deve fare resistenza. Non con l’ideologia, ma con la complessità. Perché la verità, come la bellezza, non ama essere imbalsamata. E se la cultura diventa un ministero della verità, allora spetta proprio all’arte scompaginarne i faldoni, mescolare i documenti, riscrivere le etichette con inchiostro vivo. Perché la memoria, se non è disturbata, non è mai completa. E, come insegna l’arte povera, anche un mucchio di stracci può raccontare più verità di mille monumenti lucidati a nuovo.
Articolo di Matteo Dall’Ava