Letteralmente: protesta visiva.
Io l’ho sentita la protesta! Dritta nello stomaco. Emozione: tantissima.
Questo per me è partecipare ad una mostra. È mettermi nello spirito di lasciarmi coinvolgere, è lasciare fuori dall’ingresso il mio modo di vedere per imparare ad ascoltare quello dell’artista, seguire le SUE regole con il MIO sentire.
Banksy mi ha travolta. Ma non tanto per le opere in sé, o meglio, non solo.
Quello che mi travolge di Banksy è
“La potenza del pensiero,
l’enorme capacità di provocare
nel senso più ampio possibile”
Il vocabolario Treccani a proposito dell’etimologia della parola “provocare” parla di derivazione dal latino “pro”= fuori + “vocare”= chiamare, dunque “chiamare fuori” e in questo senso Banksy è perfetto: ti proietta fuori da una rassicurante visuale comune. Ti mette di fronte, senza filtri, al fatto che esista una realtà politicamente scorretta. Dunque non hai più l’alibi del “ma io pensavo…”, “ma io sapevo…”. Niente! Non ci sono scuse, lui te lo dice ed ora lo sai.
Da questo momento in poi non puoi più far finta di niente.
Una posizione, o in un senso o nell’altro, la DEVI prendere e come diceva De Andrè, ne La canzone di maggio:
” Anche se voi vi credete assolti,
siete lo stesso coinvolti “
Ecco, Banksy ci urla “anche se ora ve ne fregate, voi quella notte (in questo caso, in questo tempo) voi c’eravate”. Cit. De Andrè
È strano, quando ho visto la mostra di Banksy non avrei mai pensato di accostarlo a Faber… e invece eccoli qui, tanto lontani fisicamente, quanto vicini nel pensiero. Perché si, è questo che fa la vera arte: ti spiazza, ti da un’altra occasione di pensiero, ti crea l’opportunità di sfasciare tutto, senza far male fisicamente a nessuno, per ricominciare da capo. Ti da l’occasione di “fermarti a pensare”. E di lasciarti “provocare”.
Presente! Io ci sono.
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