Guida semiseria per capire la pop art (anche se non siete mai entrati in una galleria).
JAMES ROSENQUIST / President elect, 1960
Che cos’è l’arte pop? Una domanda semplice solo in apparenza. Per rispondere, proviamo a immaginare Andy Warhol in un supermercato: il carrello pieno di Campbell’s Soup, bottiglie di Coca-Cola e una banana gialla ben sistemata in cima. Ora immaginiamo di trasportare quel carrello dentro una galleria d’arte. Il gioco è fatto: l’arte pop è nata.
Era la fine degli anni Cinquanta e il mondo dell’arte aveva un’aria un po’ snob, tutta concentrata su gesti interiori e pennellate tormentate. Poi sono arrivati loro, gli artisti pop, e hanno detto: e se l’arte fosse anche qualcosa che conosciamo già? Qualcosa che troviamo in casa, al bar o sulla copertina di una rivista? Per la prima volta, la quotidianità entrava nei musei dalla porta principale, con tutto il suo bagaglio di immagini familiari e pubblicitarie.
Andy Warhol è il re indiscusso di questa rivoluzione: voleva essere una macchina, e in fondo lo è diventato. “I want to be a machine”, scrive lui stesso nel suo libro The Philosophy of Andy Warhol. Cosa voleva dire? Voleva dire che non gli interessava dipingere con il cuore, versare lacrime sulla tela o inventare qualcosa di completamente nuovo ogni volta. No, lui voleva ripetere, produrre, stampare. Come una fabbrica. Come una catena di montaggio. Perché? Perché secondo lui anche l’arte doveva rispecchiare il mondo in cui vivevamo: un mondo pieno di pubblicità, prodotti in serie, loghi ovunque. Voleva dimostrare che anche ripetendo cento volte la stessa immagine (una Marylin, una bottiglia di Coca-Cola), ogni volta poteva nascere qualcosa di diverso. Un volto non era più solo un volto, ma un’icona da moltiplicare, come ha fatto con Marilyn Monroe, Elizabeth Taylor e Mao Zedong.
Accanto a lui c’è Roy Lichtenstein, l’uomo che ha trasformato i fumetti in poesia visiva, ingrandendo una vignetta fino a farla diventare monumento. I suoi Whaam! e Drowning Girl non sono solo quadri: sono piccole storie immobili, congelate nell’attimo in cui l’azione esplode. A differenza di altri movimenti come l’espressionismo astratto (pieno di drammi interiori) o il surrealismo (che viaggiava nei sogni), la pop art era chiara, ironica, colorata. “La pop art è l’arte del presente continuo, dell’immagine senza spessore“, ha scritto Luca Beatrice. Con questa frase, il critico non intende sminuire il valore della pop art, ma coglierne la natura rivoluzionaria: essa non scava nel profondo dell’animo umano, non si perde nei simbolismi oscuri o nei drammi dell’io.
Al contrario, resta in superficie, proprio come le immagini pubblicitarie da cui prende ispirazione. Eppure, è proprio in quella superficie scintillante che si nasconde una critica tagliente al mondo contemporaneo: la ripetizione seriale, la cultura dell’immagine, il consumo elevato a religione. La pop art non cerca la verità assoluta, ma riflette il nostro presente così com’è: patinato, acceso, continuo., e non è difficile capire perché: prende il presente e lo incolla su una tela, senza aggiungere spiegazioni. Un messaggio senza metafore, che arriva diretto all’occhio e alla memoria.
Eppure, per quanto semplice possa sembrare, un’opera pop non nasce mai per caso. Prendiamo una scatola di cereali: se la disegniamo, non diventa automaticamente arte. Ma se decidiamo di metterla al centro di una mostra, di isolarla, di replicarla come se fosse importante tanto quanto un ritratto rinascimentale, allora accade qualcosa. “L’arte pop è uno specchio che ci mostra quello che siamo diventati”, scrive Francesco Bonami. È una frase che dice molto con poco: l’arte pop ci rimanda un’immagine lucida (e talvolta spietata) di una società in cui tutto diventa logo, immagine, consumo. Non ci guarda dall’alto, ma ci riflette per quello che siamo, senza fronzoli. In una lattina o in una nuvoletta da fumetto, ci riconosciamo. Perché la pop art non è altro che questo: uno specchio colorato appeso al muro, che ci sorride mentre ci mostra il mondo che abbiamo costruito. La bellezza della pop art sta anche nella sua apertura. I bambini la adorano. Non serve una laurea in storia dell’arte per capire una banana gialla o una nuvoletta con scritto BANG!. Anzi, forse sono proprio i bambini a cogliere meglio lo spirito del gioco, della ripetizione, della meraviglia. Come ci ha insegnato Bruno Munari, designer, artista e pedagogo geniale, i bambini hanno un modo intuitivo e diretto di esplorare l’arte: la toccano, la smontano, la ricostruiscono, la fanno loro senza paura. Nei suoi laboratori e nei suoi libri illustrati, Munari ha mostrato che l’estetica può essere semplice senza essere banale, e che il gioco è una forma altissima di conoscenza. La pop art, con la sua ironia e la sua immediatezza, ha la stessa forza: non spiega, ma mostra; non dimostra, ma invita. Anche gli adulti più diffidenti si ritrovano a sorridere. La pop art non giudica, non impone, ma propone e spesso lo fa con un’ironia affilata e gentile, che non ha bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare.
GIUSEPPE VENEZIANO / Andy & Snoopy, 2017, acrilico su tela, 50 x 50 cm
ANDY WARHOL / Marilyn Monroe
E qui arriviamo al punto più interessante: la pop art non inventa nulla. Prende ciò che c’è già e lo guarda con occhi diversi. Lo reinquadra. Cosa significa? Significa che l’artista pop non parte da una tela bianca o da un’idea mai vista prima: parte da qualcosa che tutti conoscono — una pubblicità, un fumetto, un oggetto da supermercato — e lo sposta di contesto. Lo mette sotto una luce nuova, in una cornice diversa, spesso letteralmente. In questo modo, cambia il nostro sguardo: ci obbliga a osservare ciò che davamo per scontato. Come se ci dicesse: guarda meglio, non è solo una zuppa in lattina. È il simbolo di un’epoca, di un sistema, di un gusto collettivo. Reinquadrare, nella pop art, è un gesto semplice ma radicale: è togliere il silenzio agli oggetti e farli parlare. Warhol, che secondo Bonami è l’unico artista ad aver fatto arte usando il mercato più che il talento, in realtà aveva un talento formidabile: saper vedere. Saper trasformare il banale in sorprendente. Il suo genio consisteva nel capire cosa, tra milioni di immagini, meritava di essere fermato su una tela.
La ripetizione è un altro ingrediente fondamentale. Come le Marilyn stampate in serie, o le bottiglie di Coca-Cola allineate come soldatini. L’opera d’arte perde l’aura dell’unico e irripetibile, diventa prodotto. Ma, proprio per questo, ci costringe a chiederci: se tutto può essere arte, che cosa è davvero l’arte? La risposta, forse, sta nel gesto di scegliere, nel collocare, nel ripetere fino all’eccesso. L’eccesso, infatti, è una forma di pensiero. Il confine tra pop art e design è sottile, e affascinante. Il design ha una funzione. L’arte pop ha un’intenzione. Una sedia disegnata per essere comoda e bella è design. Una sedia ridisegnata per farci riflettere è pop art. Le Brillo Boxes di Warhol sembrano scatole di detersivo, ma sono sculture. Non si usano, si guardano. Non sono oggetti funzionali, ma immagini che raccontano la nostra società fatta di scaffali e loghi. E c’è una differenza sottile anche tra oggetto pop e opera pop. Il primo è quello che troviamo nei negozi di gadget. Il secondo è ciò che un artista isola, trasforma, carica di significato. Topolino è un oggetto pop. Ma se Lichtenstein lo ingrandisce su una tela e gli cambia i colori, allora diventa un’opera. È un atto di estrazione, quasi chirurgico: si prende un frammento del mondo e lo si mette sotto una lente d’ingrandimento.
Altri nomi hanno contribuito a rendere la pop art un linguaggio universale. James Rosenquist, ad esempio, con i suoi collage monumentali ispirati ai cartelloni pubblicitari, ha fuso l’estetica della strada con quella della pittura. Tom Wesselmann ha reinventato il nudo femminile come se fosse una pubblicità di dentifricio. E in Italia, Mario Schifano ha saputo interpretare lo spirito pop con una sensibilità tutta mediterranea: la sua “Coca Cola” non è solo una citazione, ma un’appropriazione culturale, un modo per italianizzare l’immaginario americano.
Infine, la pop art ha avuto il merito di rendere l’arte accessibile. Non solo perché parlava un linguaggio conosciuto da tutti, ma perché ha fatto da ponte tra il mondo della cultura alta e quello del consumo. Una lattina poteva stare accanto a una Madonna rinascimentale, e nessuno sentiva il bisogno di spiegare perché. Come ha detto lo stesso Warhol: “Nel futuro, ognuno sarà famoso per quindici minuti”. Una frase diventata realtà nei social, ma nata in un’epoca in cui bastava una serigrafia per diventare eterni. Oggi, per guardare un’opera pop, basta fare un respiro e lasciarsi andare. Guardarla con occhi aperti e cuore leggero, come direbbe Irene Brin in un pomeriggio di primavera. “L’arte è ciò che puoi farci passare davanti ogni giorno e non ti annoia mai”, scriveva Warhol. E forse è vero. Forse l’arte pop è un luna park che non chiude mai, dove ogni oggetto può diventare straordinario, se solo lo guardiamo con meraviglia. Come direbbero Fruttero e Lucentini: ci si può divertire anche con una lattina di zuppa, se solo si sa leggere tra le righe. E con un sorriso, anche una minestra può diventare un manifesto.
Qui alcuni materiali didattici e libri per bambini:
• Patricia Geis, “Pop Art. Quaderni di Arte. Ediz. a Colori”: un libro interattivo che introduce i bambini all’arte pop attraverso attività creative.
• “Pop art. Colora e disegna la Pop art”: un libro da colorare che permette ai bambini di esplorare l’arte pop in modo pratico e divertente.
• Clementoni, “Idea Atelier della Pittura”: un kit creativo che offre ai bambini gli strumenti per sperimentare diverse tecniche pittoriche, ispirandosi all’arte pop.
• Erickson, “Giocare con l’arte. Laboratori di Educazione ed Espressione artistica”: un manuale che propone laboratori artistici per sviluppare la creatività e l’espressione personale nei bambini.
Qui, invece, quelli per gli adulti:
• Luca Beatrice – Pop. L’invenzione dell’artista come star, Editore Rizzoli, 2012; un saggio che esplora il ruolo dell’artista nella società contemporanea partendo proprio dalla pop art. Qui trovi la celebre frase: “La pop art è l’arte del presente continuo, dell’immagine senza spessore”, perfetta per capire il distacco della pop art dall’espressionismo introspettivo.
• Francesco Bonami – L’arte nel cesso. Da Duchamp a Cattelan, ascesa e declino dell’arte contemporanea; Editore Mondadori, 2017; testo brillante e provocatorio, in cui Bonami riflette anche sulla pop art come “specchio del consumo”, e ironizza sulla trasformazione dell’arte in prodotto. La citazione su Warhol e il mercato viene da questo tono volutamente paradossale.
Articolo di Matteo Dall’Ava