Andrea Mariconti è un artista che non smette mai di sperimentare. È un alchimista, un ricercatore, un viaggiatore.
Realizza a mano le carte che usa come supporto. Con un vecchio torchio che ha in studio spesso si dedica a incisioni. Crea installazioni sonore realizzate con campane fuse in bronzo con la stessa tecnica di come si faceva nel Trecento. L’unico colore che utilizza è l’olio bianco, mescolato con materiali di origine naturale: cenere, terra, petrolio e rame. La cenere, in primis, che legata all’olio bianco gli consente di ottenere una matericità dell’impasto pittorico; la terra, richiamo alle nostre origini e al radicamento sul territorio di ciascun individuo; l’olio combustibile esausto, materiale povero e difficilmente riciclabile, che trova nuova vita e dignità all’interno dell’opera d’arte; e infine il rame, trattato tramite un procedimento di ossidazione che fa sorgere un barlume di colore nelle opere della più recente produzione. Elementi che diventano tutt’uno con l’opera. I soggetti nascono frequentemente da ricordi di viaggio, da luoghi che ha vissuto, da persone che ha conosciuto. La sua prima mostra l’ho organizzata nel 2002, lui era appena ventiquattrenne.
ANDREA MARICONTI / MAR0821T, 050, 40X40
ANDREA MARICONTI / MAR0946T, 160×100, blackoal
Il suo ciclo di esordio era intitolato “Interferenze”, una serie di opere in cui l’olio reagiva con l’acrilico creando cretti e tensioni sulla superficie della tela, e in cui elementi di carta di riso creavano interruzioni – interferenze appunto – nella composizione. Le esposizioni si sono susseguite da Londra a Città del Capo, da Genova a Roma, dai Magazzini del Sale a Cervia al Museo Diocesano a Milano. Partecipa a diversi premi, dal Premio Cairo al Premio Vasto, fino a vincere nel 2011 il prestigioso Premio Unesco “Bioethics Art”. Giunge intorno al 2005 a una sintesi della ricerca: l’olio, utilizzato solo nel colore bianco, viene mescolato alla cenere e alla terra, elementi materici, concreti e naturali: la composizione prende così una forma figurativa, ma al tempo stesso le gradazioni di tonalità bianco-terra organizzano lo spazio in maniera minimalista e atemporale, quasi astratta, in cui il tempo non esiste più e la composizione rimane sospesa nel ricordo di un istante che si ripete all’infinito. Cenere e terra, simbolo di vita, morte e rinascita, sono al tempo stesso corpo e colorazione del corpo. E’ la luce, non il colore, a delimitare i contorni della composizione; è la prospettiva e il dettaglio a donare un senso di infinito al finito. Silvia Pegoraro, nella presentazione in catalogo del Premio Vasto nota come la tecnica di Mariconti si sia affinata, “arricchendosi di nodi concettuali e simbolici di matrice letteraria e filosofica, che esprimono una nuova, attuale esperienza del sublime: l’ammutolire e l’oscurarsi della natura coincidente col suo mostrarsi”
Nel 2007, con “A strange house in the wood”, immagina un percorso nel bosco: una ventina di opere che suggeriscono la ricerca di se stessi, delle proprie radici, attraverso un percorso interiore alla ricerca della propria memoria, che sfocia nell’ultimo dipinto, un triciclo, che simboleggia l’infanzia. Insieme ai boschi nascono le scogliere irlandesi, incorniciate spesso in una divisione della tela che ricorda una vecchia polaroid, espediente per raccontare la propria vita e il ricordo di essa. I campi di covoni, anch’essi simbolo passato e presente della vita reale di Mariconti, hanno una loro casuale geometria, avvolti nella nebbia che ne smussa i contorni e nasconde alla vista l’orizzonte. Il fieno raccolto donerà nuova vita finché non diventerà cenere e altro fieno prenderà il suo posto. La melanconia del ciclo della vita, impostata con immagini di sfondo naturale, ci fa percepire appena il passaggio dell’uomo: i suoi interventi e i suoi manufatti sono però in questo caso segni di “convivenza” e non di “violenza” alla natura stessa. A volte si intravede un traliccio in lontananza, un sentiero, dei sassi disposti in modo particolare, o balle di fieno diligentemente disposte nei campi; sono sempre interventi limitati e rispettosi, quasi doverosi per consentire all’uomo e alla natura di vivere in simbiosi. Vi è una sorta di nostalgia nel narrare ricordi imperfetti di un mondo che esiste non fuori, ma dentro di noi. Ricordo, ma anche appartenenza. La terra, la cenere, sono indissolubilmente legati a un territorio, il nostro territorio, che è per noi passato, presente e futuro, che conserva le nostre radici e le nutre con linfa vitale. E materia. “L’artista studia amorosamente la sua materia, la scruta sino in fondo, ne spia il comportamento e le reazioni; la interroga per poterla comandare, la interpreta per poterla domare, le obbedisce per poterla piegare; la approfondisce perché riveli possibilità latenti e adatte alle sue intenzioni; la scava perché essa stessa suggerisca nuove e inedite possibilità da tentare; la segue perché i suoi naturali sviluppi possano coincidere con le esigenze dell’opera da fare” (Luigi Pareyson, Estetica – Teoria della formatività, ed. Zanichelli, 1960).
ANDREA MARICONTI / MAR1801T, moher, anmla, 140×100
Nel 2010 inizia a usare l’olio di motore esausto, un altro elemento di origine naturale che ha concluso il proprio ciclo di vita. Oltre al valor simbolico, il nero ottenuto da esso gli consente una profondità difficilmente raggiungibile con un colore “artificiale”. Successivamente inserisce anche il rame ossidato, con delle gradazioni che vanno dal celeste al verde fino al rosso ruggine, inizialmente usato per dipingere una serie di geyser sudamericani. Le opere sono condizionate dalla materia e al tempo stesso sono tutt’uno con essa; il paesaggio non è solo dipinto ma è anche il medium con il quale viene dipinto. E il territorio diventa indissolubilmente legato al nostro modo di vedere la realtà. E qui subentra il ricordo.
L’istante fuggente viene messo a fuoco e fissato sulla tela con rapidi gesti, prima che sia troppo tardi e che svanisca; l’olio si muove veloce, lotta con la tela, dona forma vitale alla luce e, esaurendosi, pone esso stesso i suoi propri limiti laddove soggiace alla cenere. Non ci rimane altro che abbandonarci al ricordo, frammenti di immagini che tendono a sbriciolarsi e a ricostruirsi, in una lotta contro il tempo e i resti del tempo. Keramos è un percorso idealmente iniziato nel 2013 con la personale Kanon presso Federico Rui Arte Contemporanea, e proseguito a Roma (Spazio 88) e al Museo Diocesano di Milano nell’estate del 2015. Il curatore Giovanni Intra Sidola dice “Andrea Mariconti è un uomo in cammino, un artista sempre alla ricerca, una persona che si è mossa e si muove nel mondo, nella storia del genere umano, nella geologia della terra, nella propria anima. (…) Perchè “Kanon”? Canone vuol dire ricerca di un ordine, il giusto ordine, l’ordine proprio delle cose. Il Canone che l’artista cerca non è una proporzione matematica, ma è l’indagine della giusta relazione tra noi e ciò che ci circonda. Se questo è il soggetto delle sue opere, allora è immediatamente superata la questione della rappresentazione nella sua pittura figurativa, poiché i singoli soggetti non sono fini a se stessi, ma sono come pretesti per questa indagine, sono testimoni delle relazioni trovate.” Parallelamente alla ricerca artistica, Mariconti cura progetti di arte terapia: in Kosovo, per bambini affetti da traumi psichici di guerra, in Sud Africa per ragazzi orfani e in Italia per problemi relazionali e psichiatrici. Progetti che partono proprio dal ricreare un legame con la propria terra e con la proprie radici, che consentano di superare quelle barriere e quegli ostacoli imposti da esperienze negative. Non un desiderio di fuggire, di abbandonare i luoghi causa del male, ma il tentativo di trovare in essi gli stimoli e gli spunti per superarli. Così come gli elementi in origine poveri e maltrattati dall’uomo diventano materia nobile e artistica.
Articolo di Federico Rui