to dinamiche.
Ci si può sentire liberi all’interno di una gabbia? La risposta è un solido Sì! Anzi, la risposta è nelle opere di Nicola Previati tanto solide quanto dinamiche.ABOUT ME: Nicola Previati nasce il primo giugno 1973 nella terra tra i due fiumi, il Po e l’Adige. Giovanissimo, mostra interesse per l’arte e frequenta l’ISDA, ma è all’Accademia di Belle Arti di Bologna che inizia a percorrere un cammino artistico significativo, viaggiando in treno e ispirandosi a nuovi orizzonti creativi.
Qui si laurea con una tesi sperimentale sul rapporto tra uomo e tecnologia, un connubio tra immaginario e realtà. Previati partecipa a importanti eventi, come la mostra delle scuole d’incisione alla Wimbledon School of Art, e si classifica tra i finalisti del premio Giorgio Morandi. Durante il suo cammino incontra Marco Lazzarato, che diventa suo mentore e fonte di ispirazione. Parallelamente, insegna progettazione grafica per la Comunità Europea. Abbandonata l’effimera era multimediale, sviluppa il progetto “Physical Art”, creando copertine per musicisti locali e nazionali. Negli ultimi anni, ha esposto in numerose mostre collettive e personali in città come Venezia, Roma e Torino, vincendo riconoscimenti prestigiosi. Oggi, esplora l’arte come cibo per l’anima, creando mondi con matite, pennelli e parole.
NICOLA PREVIATI /
NICOLA PREVIATI / Serie Personae Mercuriale, Il Girabronte
NICOLA PREVIATI / Serie Talismani Universali, Xoloti
Con l’intervista di oggi siamo al cospetto di una produzione artistica estremamente ricca e davvero complessa da raccontare. Previati sembra racchiudere nell’atto della pittura un profondo studio della costruzione rinascimentale della rappresentazione, ma anche una manifestazione futurista del movimento per non parlare dell’uso quasi impressionista della luce. Le sue opere rappresentano l’evoluzione naturale del percorso storico-artistico, portando sulla tela personaggi, elementi e motivi che richiedono uno sguardo multiplo per rivelare prospettive e dettagli sempre nuovi.
Soggetti che attingono i propri lineamenti dalle tradizioni popolari, dalle antiche culture oltreoceano o dalla mitologia e per questo parte dell’immaginario collettivo in cui vengono riconosciuti, adorati o temuti.
Potrei scrivere cattedrali di parole per sottolineare quanto le opere di Nicola Previati attingano dal nostro passato per potersi manifestare in tutta la propria unica futuribilità, ma forse è meglio leggere ciò che il padre di tanta costruzione vuole raccontarci.
COME DESCRIVERESTI LA TUA ARTE IN POCHE PAROLE?
Nasce da un bisogno interiore potente e pesante, di plasmare una personale visione del mondo convinto che se l’opera è Arte, deve essere “viva”, lo diventa quando si eleva dalle passioni (sensazioni, dinamiche psichiche, emozioni) e si connette con le energie universali. L’opera d’arte non è un corpo che si va ad aggiungere ad altri corpi, ma uno spirito che vivifica le parti del mondo abitate dall’essere umano.
QUALI SONO STATE LE PRINCIPALI INFLUENZE CHE HANNO MODELLATO IL TUO STILE?
Sicuramente la filosofia greca ed orientale per l’analisi strutturale dei miti o meglio del monomito condiviso e lo studio appassionato della storia dell’arte di ogni dove.Dopo anni di ricerca ho compreso che esiste qualcosa di intangibile, a cui non do un nome specifico, che lega tutto nel cosmo, una fonte inesauribile con cui si può entrare in comunicazione.Il mio dovere d’artista è essere un tramite delle energie primordiali per tentare di dar forma al migliore dei mondi possibili, entro i miei limiti da essere umano pensante.
IN CHE MODO IL TUO PROCESSO CREATIVO È CAMBIATO NEL TEMPO?
In una società odierna falsamente “spacciata” per essere interconnessa con tutto e tutti, ma solo da linee sintetiche e non da antiche vie energetiche, l’uomo non si è mai sentito più solo, sconnesso dal mondo naturale “reale” a cui appartiene; ha perso la capacità di osservare, circondato da un eccesso di pornografia visiva, di sentire con la giusta sinestesia gli stimoli della vita che esplode ogni giorno nell’universo che ci ospita. Come artisti, per definirci tali, dobbiamo diffidare dell’attuale mondo fintamente creativo contemporaneo che rivolge le proprie attenzioni alle patologie e paturnie personali, agli sfoghi gastro-genitali, alla dimostrazione di un ego autoreferenziale sterile, non si può creare vera arte se “Quando guardi a lungo nell’abisso, l’abisso ti guarda dentro” (F. Nietzsche).
Raschiate le scorie di anni di cultura distopica e nichilista, tutto è mutato in maniera naturale, attraverso studi interdisciplinari, in sincrono con le esigenze comunicative che sentivo di imprimere nella mia ricerca artistica personale.
Le esperienze maturate nel mondo della grafica editoriale e multimediale, la sperimentazione libera da dogmi prestabiliti mi sono servite per giungere alla giusta forma dell’opera, usando qualsiasi tecnica funzionale a tale scopo, dalla penna bic all’acrilico con tutto quello che vi è nel mezzo, usando supporti nobili come la tela o la comune carta da pacchi, straordinaria nella sua poliedricità.
NICOLA PREVIATI / Serie Ibridi 4030
NICOLA PREVIATI / Serie Talismani Universali, Rinascita
ABBIAMO PARLATO DI “GABBIA”, COME TROVI L’EQUILIBRIO TRA IL RIGORE TECNICO E L’IMPULSO CREATIVO?
Ogni pittore figurativo è astratto e ogni astrattista è figurativo, un ossimoro solo in apparenza se pensiamo al rigore della costruzione geometrica degli antichi maestri! Piero della Francesca probabilmente con la sua severa costruzione geometrica è stato il primo vero pittore astratto.
Le mie immagini nascono spesso da un preciso progetto iconografico, e trovano espressione nella griglia compositiva, oppure altre volte parto con lucida coscienza da una forma naturale e la scompongo cercando la struttura astratta che la compone per svelarla nella sua vera natura e rivelarne il magnetismo naturale.
NELLE TUE OPERE IL CONTRASTO È IL SOGGETTO PRINCIPALE, CHIAROSCURI, COLORI COMPLEMENTARI, SOLIDITÀ E DINAMICITÀ, COSA SPERI CHE IL PUBBLICO PROVI QUANDO OSSERVA LE TUE OPERE?
Nicolò, uno dei miei primi mecenati, per alcuni mesi mi aveva chiesto informazioni su un’opera, dopo aver percorso 400 km, giunto in studio, si è fiondato di fronte al quadro, immobile, sorridente e alla mia domanda su cosa l’avesse colpito del quadro mi ha risposto: “Avevo la necessità di vederlo, ora ho capito di volerlo perché ne ho bisogno”. Una parte della mia anima soggiorna in ogni opera che realizzo e che qualcuno possa sentirla e nutrirsi con essa mi fa sentire parte del tutto ed avere speranza per proseguire la mia ricerca artistica.
SE LE TUE OPERE DOVESSERO SERVIRE A QUALCOSA, QUALE BISOGNO EMOTIVO O INTELLETTUALE VORRESTI CHE SODDISFACESSERO?
Per rispondere correttamente a questa domanda devo dividere la funzione delle opere in tre macro categorie, spesso confuse o sovrapposte, che necessitano di grammatiche espressive ben distinte: da una parte vi è l’arte pubblica che ha un linguaggio interno e formale preciso, per essere armonica con le architetture dove la si realizza o posiziona; essendo vissuta ogni giorno anche dal più distratto dei passanti, deve essere riconosciuta a livello inconscio dalla comunità come un bene comune, se è così provate a farci caso: non viene mai vandalizzata.
L’opera d’arte nello spazio privato deve instaurare un rapporto intimo con l’osservatore, essere magnetica, carica di “sacralità” indipendentemente dalle dimensioni (un fattore erroneamente sopravvalutato dagli artisti moderni) in parole fintamente povere: buon cibo per l’anima!
Per quanto riguarda l’ultima categoria, cioè “l’arte contemporanea museificata” prima del tempo, c’è un piccolo aneddoto che uso spesso per spiegare il rapporto dell’arte con il luogo in cui è collocata. Un critico recatosi in un museo di arte moderna per osservare la collezione di opere delle avanguardie storiche, chiese al direttore del museo: “Non sapevo che aveste acquisito voi il portabottiglie di Duchamp”; il direttore prontamente gli rispose: “infatti non lo è, questo pezzo era nella nostra cantina e lo abbiamo esposto senza indicazioni, tutti lo scambiano per l’originale.” In questo caso l’opera è eletta tale dallo spazio espositivo ma se la separiamo da esso perde la sua natura “Sacra”.
QUALE CONSIGLIO DARESTI A UN GIOVANE ARTISTA CHE INIZIA ORA IL SUO PERCORSO?
Non esiste un consiglio universale, penso che ognuno debba a fatica trovare la propria via poetica… Per me, all’artista spetta l’elaborazione fantastica delle nostre percezioni incomplete, attraverso una dirompente Pareidolia (la capacità di ricondurre a forme note oggetti o profili dall’apparente forma casuale), che nel caotico divenire “riconosce” le figure originarie, nitide nella loro forma e chiare alla nostra comprensione. L’Arte, come un vento di primavera, deve “diffondere” nel mondo germi fecondi, agente di una rinnovata Panspermia (è l’idea che i semi della vita siano sparsi in ogni dove dell’universo dalla polvere stellare) che porti la vita là dove le condizioni sono favorevoli. L’opera d’Arte deve tornare ad essere un oggetto Apotropaico, perché abbiamo la necessità di “allontanare” da noi gli influssi del male. Questa è la funzione reale dell’arte, la definizione ognuno la può trarre da sé.
Una delle domande che pongo a me stesso e a qualsiasi persona che si definisce artista è: “Ma tu quello che fai lo metteresti in casa tua?”, mi sono sentito rispondere, ahimè spesso, “No!”. Lascio ai lettori l’ardua sentenza…
Articolo di Cristina Calvia