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Il cavaliere, la dama e il poeta

Firenze, 29 gennaio 1475, Piazza S. Croce. Venti cavalieri, tra forestieri e appartenenti alle famiglie più in vista della città, scendono «magnificamente» in campo, primo fra tutti «con gran trionfo» Giuliano de Medici, secondogenito di Piero il Gottoso, fratello di Lorenzo “Il Magnifico”.

 Il corteo sfila maestoso, tutti gli occhi sono sul cavaliere bardato da una scintillante corazza finemente decorata dove sul petto spicca l’effigie della più terribile delle Gorgoni, Medusa (ndr. si veda busto in terracotta del Verrocchio). L’abito di Giuliano è «ricco d’adornamenti» e di gioielli, soprattutto perle, tante perle, tessute con precisione sull’abito del cavaliere adesso spoglio, privato dalle preziose sfere perchè strappate e perse dall’impeto della giostra; solo il popolo si getterà nel raccoglierle, perché i Medici, chiosa Giulio Busi “ … le perle cadute non le raccolgono mai. Costi quel che costi!” L’ostentazione della loro ricchezza, la superbia e l’arroganza del loro potere avrà un prezzo altissimo, perché come recitava Shakespeare – “Ah! Com’è amaro guardare la felicità attraverso gli occhi di un altro!” – l’invidia è un insidioso veleno che corrode senza sosta il cuore degli uomini. Lorenzo, era considerato dagli oligarchi fiorentini un “primus inter pares” il primo tra uguali, il primo tra le casate di pari lignaggio. Francesco de’ Pazzi con uno sguardo folle, alternava la sua attenzione tra la folla presente e Lorenzo, alla ricerca di segni che potessero distinguere i sostenitori Laurenziani da coloro che, come lui, non tolleravano più quello scandalo. 

ANDREA DEL VERROCCHIO / Giuliano de’ Medici – busto in terracotta, 61 x 66 x 28,3 cm – National Gallery of Art / 1475 – 1478

PETER PAUL RUBENS Copia dopo la Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci – matita nera, penna e inchiostro bruno e grigio, matita grigia e pigmenti bianchi e grigio-blu su carta, 45,3 x 63,6 cm – Louvre / XVI secolo

Nella sua mente, un unico pensiero lo faceva tremare di rabbia: avrebbe dovuto essere lui al posto di Lorenzo, lui sì che poteva vantare ascendenze leggendarie, con il sangue di Pazzo di Ranieri che scorreva nelle sue vene, l’eroe che per primo scalò le mura di Gerusalemme durante l’assedio nella prima crociata (1096-1099). Considerava così Medici come un affronto: era inaccettabile che una famiglia dalle umili origini (semplici mercanti e tessitori) del Mugello, potesse governare la città, una vergogna che andava lavata. Presto i Medici avrebbero pagato la loro sfrontatezza. Tutti potevano ammirare l’eleganza, la bellezza e il portamento di Giuliano su quel cavallo, dono del Re di Napoli; Orso era il suo nome, un agile destriero dalla livrea bianca e nera, nella parata Giuliano si distinse per il grande seguito, un centinaio di persone, in testa i parenti a cominciare da Lorenzo, tutti con costumi sontuosi seguiti da trombettieri, tamburini e da un gruppo di settanta armati vestiti in broccato blu e con maniche bianche ornate di gigli. Lo stendardo di Giuliano un capolavoro di Botticelli andato perduto, di cui ci viene resa testimonianza attraverso le parole di Naldo Naldi, umanista e poeta, che lo descrive così: raffigura una donna – Pallade – Atena, con lancia e scudo, riprodotta in dimensioni reali, simbolo dell’amore casto, adornata nella sua armatura mentre un Cupido incatenato a un ulivo calpesta braci ardenti, metafora della passione amorosa, accanto – il motto La sans par” (L’incomparabile) rievocando così un nobile retaggio cavalleresco. Il messaggio era evidente a tutti gli astanti, messaggio non solo politico-culturale e riferito alla tradizione cavalleresca francese dove parole come coraggio, onore e amor cortese erano i pilastri fondanti e allo spirito della Firenze dell’epoca, ma rivolto ad una dama, da tutti conosciuta – La “bella di Firenze” così la chiamavano, nacque in Liguria, con l’origine contesa tra Genova e Portovenere, evoca un’immagine di una donna di straordinaria bellezza e fascino, la cui reputazione va oltre l’apparenza fisica per includere qualità morali altrettanto ammirabili. Il suo portamento la rese dapprima leggenda e poi per prematura morte, mito. 

La Madre Caterina Catocchia era imparentata con gli Appiani i signori di Piombino, il padre Gaspare, fu “Anziano” per due volte nella Repubblica Genovese e personaggio di spicco in quella grande e potente città marinara. Piero Vespucci, mercante di successo e ambasciatore di Lorenzo a Piombino fu ben lieto di vederla maritata col figlio Marco, se non fosse peraltro per i diritti d’estrazione mineraria ch’ella vantava nelle miniere elbane. Ai bordi del campo, un osservatore d’eccezione, Agnolo Poliziano, riconosciuto come il più grande poeta del suo tempo, amico di Lorenzo, suo fidato segretario e fulcro del circolo di intellettuali che si radunarono attorno al Magnifico, aveva ricevuto precise indicazioni, come per la giostra del ‘69 (Giostra di Lorenzo, messa in rima dal Pulci), di forgiare un testo che glorificava la stirpe dei Medici, elevando a mito le sue figure. L’opera prese il nome di “Le Stanze” e avrebbe raccontato quella giornata, celebrando Giuliano e per estensione la casata dei Medici. Poliziano contribuì così a rafforzare l’immagine pubblica della famiglia quali patroni delle arti e protettori dei principi cavallereschi. Attraverso il ritratto di Simonetta, esaltata quale epitome dell’ideale di bellezza Rinascimentale, Poliziano esplorerà i temi dell’amor cortese. La narrazione, intreccerà elementi mitologici con la realtà storica, esaltando non solo la bellezza fisica ma anche la virtù e l’aspirazione platonica ad un amore che trascende la materia. In questo racconto l’analisi complessiva dei fatti, va a definire ed illustrare con dettagli vivaci un capitolo centrale della nostra storia che considero fondamentale per quella “Rinascita” (ndr. usando le parole del Vasari nel “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori – 1550″) della letteratura, delle arti, della scienza, e più ampiamente della cultura. Il Rinascimento, segnerà così una metamorfosi da una visione del mondo fortemente ancorata alla superstizione, all’irrazionalità e all’ordine stabilito dalla Chiesa, verso una prospettiva più umanistica e antropocentrica, spostandosi lontano dalle ombre dell’oscurantismo che seguì il tramonto dell’Impero Romano d’Occidente. In questo contesto, si aprì una breccia di speranza verso un radioso avvenire, delineando un nuovo ideale di esistenza basato sulla scienza, la bellezza e per ultimo non per importanza, l’amore. 

SANDRO BOTTICELLI / 1475 Pallade Atena – Ashmolean Museum

SANDRO BOTTICELLI / 1482-83 Particolare di Venere e Marte di S.Botticelli – Particolare delle Vespe – The National Gallery UK

In questo racconto, nascosta tra gli intricati dettagli storici e le complessità della politica, dell’economia e della cultura, si nasconde una storia d’amore degna delle più crudeli e struggenti tragedie: l’amore impossibile tra Giuliano e SimonettaNella lussureggiante cornice della Villa Medicea di Careggi, la vita dell’élite fiorentina trascorre tra banchetti, feste e celebrazioni. È in questo vivace contesto che Giuliano de’ Medici e Simonetta Cattaneo Vespucci si incrociano per la prima volta. Il loro legame sarà istantaneo, un filo invisibile che li legherà nonostante le rigide convenzioni dell’epoca e il vincolo del matrimonio a Marco Vespucci. Il rapporto sarà pertanto limitato dalle aspettative sociali. Giuliano, ben consapevole della posizione di Simonetta come donna sposata, si adopera per mantenere un contegno appropriato. Tuttavia, la “Giostra” offrirà a Giuliano un’opportunità unica: gareggiare sotto lo sguardo attento di Firenze. Vince non solo la competizione, ma anche la chance di dedicare il suo trionfo a Simonetta, in un gesto d’amore che sfida le convenzioni. La felicità, però, è fugace. Simonetta, la musa che ispirerà il maestro Botticelli in tante delle sue opere, si spegne l’anno successivo della giostra, e più precisamente il 26 aprile del 1476. La causa della sua morte è incerta, ma una serie di lettere tra Piero Vespucci e Lorenzo, allora a Pisa per affari, descrivono una sintomatologia probabilmente riconducibile a tisi, polmonite o altra malattia simile, – «18 aprile – la Simonetta si sta quasi nelli medesimi termini che quando voi partisti.» Lorenzo invierà al capezzale della donna il suo medico personale tale maestro Stefano. Dopo un breve periodo di recupero, la situazione di salute di Simonetta subì un improvviso peggioramento e morì. Forse aggravato dalla discordia tra il medico di Lorenzo e maestro Moyse, un altro medico incaricato dalla famiglia, i quali avevano opinioni divergenti riguardo alla natura della malattia e alle terapie più efficaci da utilizzare.

Venne tumulata nella cappella di famiglia situata all’interno della chiesa di Ognissanti a Firenze. Durante la processione funebre, il suo corpo fu esposto agli occhi di tutti, privilegio riservato solo a uomini d’arme, Lorenzo nel “Commento de’ miei sonetti” scrive: “…da casa al luogo della sepoltura fu portata scoperta, a tutti che concorrono per vederla mosse gran copia di lacrime. … oltre alla compassione nacque ammirazione che lei nella morte avessi superato quella bellezza che, viva, pareva insuperabile.” Il dolore di Giuliano mai avrebbe avuto pace; nei suoi Sonetti scrive “…spero impetrar che concesso mi sia iacere con ley ad sentinella immortale.” In diverse occasioni, preso dallo sgomento, andrà a casa Vespucci, chiedendo ora gli abiti, ora gli accessori e anche un piccolo ritratto, cercando disperatamente un ricordo in un tentativo di preservare la sua presenza. Così la Firenze che una volta era stata testimone della loro felicità ora risuona della sua assenza. Tuttavia, il fato talvolta si dimostra implacabile, sottolineando con forza che non tutto nella vita può essere controllato. La tragedia si consuma appieno quando, due anni dopo la morte di Simonetta, anche Giuliano viene strappato alla vita, come se una potenza nascosta intenda rimarcare le forze che operano in opposizione al volere degli uomini. E con crudele cinismo la sua ora giungerà lo stesso mese, lo stesso giorno, il 26 aprile del 1478, ad opera di quel Francesco de’ Pazzi che tanto odio e rancore nutriva verso i Medici. La loro storia piena d’amore e perdita, si trasformerà nel tempo da mormorio a leggenda, per poi divenire mito, influenzerà le arti, in particolare le opere di Sandro Filipepi (il Botticelli), che trovò in Giuliano e Simonetta una fonte inesauribile di ispirazione. E così i due amanti, vivranno per sempre, non solo nella memoria ma anche nell’arte che continua a celebrare il loro amore. La tragedia, colma di bellezza e dolore, ricorda a tutti che l’amore, anche di fronte all’inevitabile separazione, rimane l’emozione più potente dell’umanità, non a caso un altro fiorentino prima di loro, nel suo ultimo verso scrive di quell’ «amor che move il sole e l’altre stelle.»

SANDRO BOTTICELLI/ Venere e Marte – tecnica mista su tavola, 69 × 173 cm – The National Gallery Londra / 1482 – 1483

BOTTICELLI E IL CODICE DELL'AMORE: LA STORIA SEGRETA DI GIULIANO DE' MEDICI E SIMONETTA VESPUCCI.

È mia opinione che l’opera di Botticelli, “Venere e Marte, (1482- 3 c.), conservata alla National Gallery di Londra, rappresenti la struggente storia d’amore appena descritta. Gli storici e i critici concordano sul fatto che non è possibile attribuire con certezza i due personaggi a Simonetta e Giuliano, ma in assenza di fonti definitive per risolvere l’enigma, posso proporre una mia interpretazione basata su prove e paralleli con altre opere, lasciando a voi ogni ulteriore riflessione su questo tema.
• Nel dipinto di Botticelli, assistiamo a un’accurata rappresentazione di due figure mitologiche: Venere, l’incarnazione dell’amore, posizionata con eleganza sul lato sinistro, e Marte, l’emblema della forza e del coraggio, rilassato sul lato destro. Sono ritratti all’interno di un sereno ambiente naturale, distesi sull’erba. Venere si distingue per il suo sguardo distante e pensieroso, avvolta in un abito bianco impreziosito da dettagli dorati e adornata da trecce che contornano la scollatura. Marte, dall’altra parte, appare assopito, in una posa che suggerisce esaurimento, sfinimento – coperto soltanto da un drappo bianco. Tuttavia, la loro apparente tranquillità cela una storia “di amore impossibile”, poiché Venere è sposata con Vulcano, il dio del fuoco, famoso per il suo aspetto poco attraente e il suo carattere distruttivo. Il mito ci racconta di come l’adulterio viene scoperto da Apollo, che non esita a informare Vulcano. In risposta, il dio del fuoco architetta una vendetta ingegnosa, creando una rete invisibile che cattura gli amanti durante un momento di intimità, esponendoli al giudizio degli dei e trasformando il loro amore in motivo di pubblica umiliazione. È mia opinione che si possa avanzare un primo indizio circostanziale, ovvero un elemento che permette di fare inferenze su un fatto basandosi su circostanze o evidenze collaterali. Esiste quindi una similitudine non solo come rappresentazione estetica di figure mitologiche in un idilliaco paesaggio naturale, ma anche come un narrativo visivo con significati sottesi e allusioni. Botticelli sembra volerci comunicare la complessità delle loro relazioni e delle conseguenze derivanti dai loro atti. La tranquillità superficiale del dipinto, pertanto, maschera una trama di amore proibito, tradimento.
• Se osserviamo la postura di Marte non ci sembra indicare un vero riposo, specialmente considerando la presenza di quattro piccoli satiri che giocano rumorosamente con le sue armi, tra cui due di loro sono intenti a giocare con la lancia, mentre uno tenta di svegliarlo soffiando in una conchiglia che richiama l’idea di Venere che Botticelli presenterà nella ben più nota “Nascita di Venere” (1485 c.) dove è opinione comune tra gli studiosi che raffigurasse la “bella Cattanea”. Quindi il richiamo rappresentato attraverso l’uso della conchiglia non solo stabilisce un collegamento visivo tra le due opere, ma suggerisce anche l’attribuzione d’identità dei soggetti rappresentati. Se Simonetta è la Venere della Nascita perché non supporre che sia la stessa persona nel dipinto in esame? E per estensione Marte in Giuliano? 
• Un altro dettaglio interessante è il tipo di lancia, che sembra più appropriata per le giostre (lancia cortese) che per il combattimento, progettate per minimizzare i rischi nei tornei, pertanto sono portato a credere che ci sia un riferimento diretto alla giostra di Giuliano del 1475 (ndr. per le differenze con le lance da guerra si vedano le lance rappresentate nell’opera di Paolo Uccello – La battaglia di S. Romano del 1435- 40, e il dipinto della Battaglia di Anghiari di Leonardo copia di P. Rubens, 1503). Per capire bene la necessità di adottare lance modificate nei tornei e dei rischi che i giostranti si assumevano basta ricordare la storia di Enrico II Re di Francia, che durante un torneo, fu colpito da un frammento di lancia attraverso la visiera dell’elmo, ferendolo gravemente all’occhio. Le sue sofferenze durarono circa dieci giorni, prima della morte.
• La scelta di Botticelli di includere una lancia da giostra, anziché una da guerra, insieme alla funzione del dipinto presumibilmente come elemento decorativo di una camera vista la forma stretta e lunga tipica per una “spalliera”, mette in evidenza il carattere privato dell’opera, ideale per un ambiente intimo come una camera da letto. Questa scelta invita a riflettere su tematiche quali l’amore, il conflitto e il prestigio sociale, compatibili con il vissuto dei due “amanti”.
• Altro dettaglio non da poco sul cui significato lascio a voi fantasticare è la presenza di alcune vespe che ronzano intorno a un tronco cavo, situato proprio sopra la testa di Marte. Questo elemento possiede un significato simbolico profondo, poiché il passo tra Vespe e Vespucci è breve.

Articolo a cura di Giacomo Castagnini

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