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La gioia di abbattere la divisione tra gli uomini

Quando l'arte entra nelle carceri

In una vita abbiamo innumerevoli, infinite forse, possibilità di realizzazione e di errore, di redenzione e di caduta. Il nostro ruolo in tutto questo è relativo non solo alle scelte consapevoli in quanto background, storia familiare e contesto sociale sono i pilastri capaci di far svettare un’esistenza oltre l’orizzonte o di abbatterne le possibilità.

Come si configura l’arte quando un’esistenza si trova a confrontarsi con gli aspetti ombra della nostra società, quando la necessità o l’avventatezza portano, attraverso la commissione di reato, nell’universo dei tribunali, delle sentenze e della detenzione? Le notizia incoraggiante è che le iniziative riguardanti l’applicazione delle potenzialità del mezzo artistico ai contesti di svantaggio e rieducativo sono molteplici. Rieducare è uno dei termini cardine che accompagna la riflessione sul proporre l’arte, come mezzo virtuoso, all’interno di contesti detentivi siano essi per minori o per adulti. Gli addetti ai lavori coinvolti a vario titolo nelle attività proposte non pongono tale obiettivo al proprio compito in quanto sono fermamente convinti che non ci sia nulla da riprogrammare ma ci sia tutto da riscrivere. È forte la consapevolezza che il detenuto non sia un ingranaggio difettoso della società ma, al contrario, che si tratti di una parte fondamentale perché la macchina sociale possa fluire e, come tale, viene valorizzato per ciò che lo rende nuovamente abile e produttivo all’interno delle proprie capacità creative. Nella ricerca di spazi, idee ed iniziative virtuose ci si imbatte nella progettualità di un’associazione toscana che in vent’anni ha saputo organizzare una rete di professionisti, tra i quali artisti, arte terapeuti e cittadini, al fine di creare le basi del benessere collettivo partendo da quello individuare: l’Associazione Progress (Aps). 

ALLEGORIA DELLA GIUSTIZIA / Dipinto realizzato insieme a Melania Nucera e ai ragazzi di IPM Meucci di Firenze che potevano uscire in articolo 21. Il dipinto è tratto da un’opera del 1762, “Allegoria della Giustizia” di Tiersonnier.

PROGETTI RIEDUCATIVI / Teatro Arca di Genova |

Con sede a Firenze gli operatori di Progress hanno eletto i principi di democrazia, uguaglianza sociale e diritto alla felicità a parole chiave del proprio impegno e lavoro quotidiano portato avanti anche grazie alla convinzione nel potere benefico dell’atto creativo. 
Progress lavora su target che spaziano dagli stranieri alla disabilità per approdare alle carceri e alle aree penali variamente intese, IPM Meucci di Firenze in primo piano dove la realtà “Insieme verso un viaggio creativo” si traduce in spazio e contesto di riferimento per la popolazione carceraria minorile maschile che la abita. Lavorando in sinergia con l’Ufficio Servizi Sociali per Minorenni (USSM) sono stati attivati laboratori ed iniziative di carattere artistico e creativo che hanno permesso agli utenti, così come al personale coinvolto, di mantenere e recuperare il proprio patrimonio di energie personali, imprescindibili in contesti di detenzione specie se minorile.

Le attività, programmate in moduli ed incontri, si svolgono senza soluzione di continuità e prediligono l’utilizzo del medium pittorico che risulta maggiormente immediato ed espressivo. Non mancano sperimentazioni, in altri campi della produzione artistica, non ultimo l’attuale laboratorio di ceramica e terracotta. Con l’obiettivo di comprendere, dall’interno, la reale portata di tali interventi coinvolgo nella ricerca Elisa Bestetti, arteterapeuta che ogni giorno porta l’ideale dell’Associazione Progress all’interno del Meucci. Se è vero che la finalità terapeutica degli interventi quotidiani sfuma nella creazione artistica spontanea ed istintuale, virando verso un vero e proprio atelier d’arte, Bestetti si dice molto soddisfatta della conduzione dei laboratori anche considerando le condizioni “fluttuanti” dovute all’aspetto magmatico delle presenze.

“Ogni giorno è una sfida, ma la motivazione e la soddisfazione la sorreggono”.

Con quattro laboratori a settimana l’aula dedicata all’espressione artistica estrinseca la sua utilità non solo nella produzione tout court ma anche quale punto di riferimento, ritrovo, confronto e scambio tra pari e operatori della struttura. Come mi comunica Elisa Bestetti si tratta di “uno spazio fisso, di accoglienza, neutralità che funge da filtro al fine di stimolare l’auto narrazione”. Elisa, competente ed empatica in un modo che va oltre il suo ruolo professionale, mi lascia, tra i molti spunti di riflessione un dato che, da solo, potrebbe validare inequivocabilmente l’impegno dell’associazione Progress e si tratta della connessione che i detenuti hanno con la propria espressione creativa che si esprime nella ricerca, in casi di recidiva, delle proprie opere che si erano lasciate nell’istituto. La finalità narrativa e di crescita è intrinseca dunque e non si esprime unicamente nel fare ma anche nel ricordare e nel comunicarsi. I laboratori indoor sono importantissimi in quanto creano un’occasione per sviluppare ed aumentare concetti quali l’autostima, crescita personale e visione positiva della detenzione e vengono ampliati dalla possibilità, per i detenuti che hanno ottenuto le possibilità dell’articolo 21, dalle attività in esterna. Una, forse la più significativa, tra queste è stata la riqualificazione di una parete del Tribunale dei Minori di Firenze, fortemente degradata, grazie alla realizzazione di un murale il cui tema è stato scelto personalmente dall’allora presidente del suddetto tribunale: “Allegoria della Giustizia” di Tiersonnier.

PROGETTI RIEDUCATIVI / Opera realizzata durante i laboratori in IPM.

ANONIMO / Opera realizzata durante i laboratori in IPM

La copia rivisitata è stata realizzata dall’Associazione Progress in collaborazione con Melania Nucera e tre dei ragazzi di IPM, ha dimensioni considerevoli, tre metri per tre, e si presenta come prodotto permanente di altissimo impatto visivo oltre che quale esempio di profonda integrazione tra arte, formazione e connessione con il tessuto sociale. Ulteriore, potentissima, intuizione è stato l’aspetto progettuale che ha permesso ai detenuti che non godevano dell’articolo 21 di collaborare all’opera realizzando, tra le mura dell’IPM, il cartone preparatorio dell’opera poi utilizzato dai compagni in esterna per la realizzazione, così da implementare competenze trasversali alla storia dell’arte, dei materiali e delle loro tecniche oltre che della, fondamentale e primaria, lezione di vita e umanità.

I due obiettivi, la valorizzazione dell’ingresso del tribunale dei minori di Firenze e la formazione informale dei detenuti virtuosi all’esterno della struttura detentiva, è stato raggiunto con grande soddisfazione e coinvolgimento di tutti gli enti coinvolti. Approfondendo la genesi di questo murale dalle molteplici sfaccettature, incontro l’artista e docente Melania Nucera che, oltre a raccontarmi le fasi progettuali ed esecutive del progetto, animata da un entusiasmo travolgente, porta un’ulteriore riflessione sulle tematiche in questione: il processo di evoluzione personale, oltre che artistica, dei soggetti coinvolti e di come colori, linee e sfumature, oltre alla potenza iconografica di un archetipo come la Giustizia, siano stati gli ingredienti di un percorso evolutivo sorprendente considerando il contesto e il pregresso dei soggetti coinvolti.

La possibilità di vedere in sè stessi qualcosa che vada oltre all’identificazione con il proprio reato è una delle esperienze maggiormente trasformanti e potenti che gli operatori dei contesti carcerari, impegnati nella delicata missione di portare l’arte dove le speranze sembrano infrangersi, è ciò che ritrovo anche in un’altra, diversissima, sperimentazione: il Teatro dell’Arca presso la casa circondariale di Genova Marassi. Qui l’Associazione Teatro Necessario APS, attiva dal 2005 nel portare attività culturali e drammaturgiche in carcere, ha costruito, asse su asse, il primo teatro europeo all’interno di una casa circondariale atto alla rappresentazione, anche, per un pubblico esterno. Con un progetto ideato e donato da Vittorio Grattarola e finanziato da fondi europei, Fondazione San Paolo e Banca Carige si è realizzata una struttura con duecento posti a sedere, i camerini e le luci. Un teatro a tutti gli effetti, così come i provini che definiscono la scelta dei ruoli e la rielaborazione dei copioni da parte di un drammaturgo esperto e la risposta di un pubblico pagante. Cosa manca? Non la proposta ad un pubblico variegato che accede attraverso un ingresso con sbocco diretto sulla strada, non la possibilità di riscatto. Su questo punto si sofferma particolarmente Carlo Imparato, uno dei fondatori del progetto, che nel raccontare le attività, la possibilità dei detenuti (di ogni livello di sicurezza) di prendere parte ai laboratori teatrali e con gradi di accesso diverso alle attività in esterna, non manca di emozionarsi nel ripercorrere storie e rinascite. Carlo Imparato propone, tra le più grandi conquiste del teatro che ha il piacere di gestire insieme a soci e volontari e alla collaborazione della direzione carceraria, la seconda opportunità che l’interpretazione di un personaggio può portare a chi lo impersona. La scoperta della possibilità di una vita diversa, di essere menzionato sul quotidiano locale per un valore aggiunto all’arte e non per un atto che ha depauperato la società, rende il tempo della reclusione anche il tempo della riflessione e della crescita. Ricordando la frase incisa su un monumento dedicato alla memoria delle guardie carcerarie e che recita “il peso di sostenere la divisione tra gli uomini” la riflessione, inevitabilmente, si sofferma su ciò che l’arte può e sa fare: abbattere divisioni e muri, far implodere ordigni trasformandoli in esplosioni di luce, accompagnare chi si trovi nelle tenebre della coscienza verso la piena realizzazione del proprio essere. Esiste qualcosa di maggiormente utile?

Articolo di Valentina Paolino

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