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NON CHIAMATELA STREET ART

Che effetto ti fa vedere celebrati nei più importanti musei italiani e internazionali opere di autori che fino a pochi anni fa erano considerati vandali nonché nemici del pubblico decoro? Dalle prime incursioni di Keith Haring a quelle odierne di Bansky, il mercato ormai da anni riconosce valore a quella che in molti definiscono Street Art, arte da strada. “Credo che molta di quella che veniva considerato arte di confine abbia tutto il diritto di essere esposta in un museo. Non tanto per renderla vecchia, ma perché ha la stessa dignità e profondità di quella che consideriamo arte tradizionale”. Sono queste le parole di Gionata Gesi, in arte OZMO, considerato uno dei pionieri e più importanti esponenti della Street Art.

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Una definizione che l’artista di Pontedera, classe 1975, cerca di definire meglio a ogni suo incontro pubblico. “Non esiste una Street Art legale. Quando si parla di Street Art in contesti museali, espositivi o in festival ufficiali, o anche in iniziative di rigenerazione urbana –espressione che odio– l’etichetta Street Art è utilizzata in maniera inappropriata. Preferisco il termine arte pubblica”. L’arte da strada nasceva prima dell’avvento dello smartphone e dei social.
Erano gli anni antecedenti alla nascita di Instagram quando le view erano date dallo sguardo della gente che si fermava ad ammirare l’opera. Non a caso, la scelta del muro da dipingere –qualcuno dice ancora imbrattare– era dettata dalla presenza di una linea del tram o meglio ancora dalla fermata di una linea di trasporto pubblico.
Quelle di oggi sono opere d’arte pubblica che nascono, com’è il caso di OZMO, per giocare a più livelli d’interpretazione e creare quindi degli esperimenti visivi.
“Le mie opere vanno in profondità, e lasciano la libertà all’osservatore di interpretarle in vari modi a seconda del suo punto di vista.” Ed è proprio quando il Museo del 900 ha esposto la sua opera Big fish is small fish che OZMO ha capito di essere entrato a pieno titolo in questo mondo. Del resto, il Museo che si affaccia su Piazza Duomo a Milano è lo stesso che ospita Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo, ma anche opere di Pablo Picasso, Piero Mazoni e Mimmo Paladino.

Una Milano che a partire dagli anni 2000, dopo alcuni di anni in una Firenze stanca d’idee, gli ha dato gli stimoli e gli spazi per mettere a frutto tutto il suo ecclettismo. Gli spazi occupati sono stati il suo incubatore, la sua New York, che gli ha permesso di prendersi gli strumenti più adatti a sperimentare e coltivare il suo talento. Una anti-Babele che gli ha dato la possibilità di alzare le antenne e dare la sua interpretazione della realtà come solo un artista è capace di fare. Il tutto senza mai farsi trascinare dagli eventi.
La sua arte pubblica con le opere monumentali diventa un monito alla bulimia delle immagini consumate ogni giorno sui social senza dar loro la profondità che si meritano. “Adesso, la vera e unica Street Art è quella digitale” racconta OZMO. L’immediatezza e le tempistiche ridottissime dell’autostrada digitale segnata dai nostri device tolgono tridimensionalità all’opera. La rendono bidimensionale. Non solo perché si fruisce dell’opera da un display di una manciata di pollici, ma perché l’occhio umano perde una quantità immensa di dettagli. E non bastano schermi sempre più definiti e colorati. Le opere di JR, ad esempio sono perfettamente instagrammabili. Ma molte di esse, come quelle di Palazzo Strozzi a Firenze, sono delle anamorfosi. Sono immagini che vivono nello spazio tridimensionale e in quello prospettico. Quando ci si sposta da quell’unico punto di vista si scompongono.
Ci risultano sfalsate e non realizzano più la magia dell’arte. Una Street Art che passa dal fisico al digitale per abbandonare la comunità reale e abbracciare la community virtuale dei social. Un’arte da strada che diventa pubblica ed entra nei musei come nelle case dei collezionisti di tutto il mondo, pagando il pegno di perdere il suo status d’illegalità. Un’arte che appena pensi di averla inquadrata muta le sue forme in un continuo rinascere dalle proprie ceneri.

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