PARLA LA STREET ART
Nei giorni precedenti e nei primi di apertura della Binnale di Venezia diversi artisti si sono recati nella città lagunare per disseminare i loro lavori lungo le calli. Fra questi, un gruppetto di artisti fiorentini che sono stati citati in un articolo comparso sul quotidiano cittadino che li ha battezzati come "emuli" di Banksy. Da qui, e da altre imprecisioni sulle tecniche da essi adottate è nata una risposta condivisa e chiarificatoria, apparsa sul quotidiano La Nuova Venezia.
Al di là dei toni polemici, che si sono esauriti sul momento, è molto interessante cercare di capire il più possibile i termini di questo affascinante mondo. Liquidarlo come atto di vandalismo è fuorviante oltre che molto riduttivo. E soprattutto, per me, è assolutamente necessario parlare di un fenomeno che è molto vario negli intenti, nei modi e negli stili.
È interessante dunque ascoltare quello che ha detto il gruppo di artisti fiorentini composto da: Ache77, Blub, Exit Enter e Nian:
- @ache77stencilartist
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- @lartesanuotare
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- @exit.enter.k
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- @nian.art
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La Street Art, non serve a salvare le periferie dal degrado, o almeno non soltanto; è una forma di riappropriazione della libertà dell’arte, fruibile da tutti e non esclusivamente da un’ élite, essa non “sussurra”, è un grido al mondo intero nel tentativo di risvegliare una coscienza collettiva oggi addormentata in un sonno profondo.
Le nostre opere in strada chiamano in causa le tematiche più care a ognuno di noi, sviluppate con tecniche artistiche diverse, supporti diversi ma uno stesso fine: un’arte che entri in contatto e che crei contatto con il pubblico della strada, può essere intesa come un’ imposizione, sì ma al fine di una sana e autonoma relazione tra lo spettatore e l’opera d’arte.
I nostri interventi hanno cercato di rispettare il contesto urbano nel quale sono stati realizzati: sono opere site specific in funzione del messaggio, del supporto e del contesto sociale in cui vengono installate. Vogliamo ricordare che veniamo tutti da Firenze, città non meno “fragile” di Venezia, e le nostre tecniche comprendono in gran parte l’utilizzo di materiali come colle vegetali e carta, che ne permettono la facile rimozione, frutto di anni di studi e una consapevolezza derivata dal rispetto del valore delle città.
Mentre i cacciatori di arte giungevano per scoprire le novità proposte dalla Biennale, noi artisti considerati “non” convenzionali disseminavamo di notte le nostre opere per la città; opere pubbliche non commissionate, alla portata di tutti.
I lavori realizzati nelle notti precedenti all’apertura dell’esposizione più importante del mondo, è bene tenerlo presente, sono stati effettuati qualche giorno prima dell’arrivo del grande Banksy, le tempistiche, quindi dimostrano che i nostri interventi non possono essere intesi come un atto di “emulazione”.
Siamo convinti che se il giudizio collettivo su questo artista non fosse stato corrotto dal capitale economico che lo stesso è in grado muovere, la sua opera sarebbe stata considerata al pari delle nostre e viceversa; emulatori di nessuno, etichettati come vandali delle proprie e altrui città, così come si è pensato della Street Art fino alla sua entrata in auge.
La verità è che i nostri lavori sono un’imposizione al pari di tutte gli altri: gli slogan, la pubblicità, i manifesti elettorali eccetera, con la differenza che gli artisti non pagano per quell’imposizione, a differenza delle grandi aziende con le quali passivamente accettiamo di convivere o i politici ai quali decidiamo di credere.
La realtà si materializza davanti a coloro che decidono di vederla, così come queste opere dalla bellezza effimera, che appaiono e scompaiono a seconda della capacità del loro pubblico di vedere oltre quello che stanno distrattamente guardando.
Intendiamo questa risposta come un atto costruttivo e per questo motivo ci mettiamo a disposizione per approfondimenti o chiarimenti …”
Questa la loro interessante testimonianza, utilissima per fornire spunti di riflessione dal "di dentro" e per consentire di approcciarsi meglio ad un fenomeno affascinante come quello dell'arte su strada.
Personalmente ritengo che questa modalità espressiva sia molto bella e stimolante, perché ci vedo dentro un'urgenza di condivisione di pensieri ed emozioni che in altre espressioni artistiche non sempre percepisco. Certo, si potrebbe anche fare nel privato di uno studio, ma penso che verrebbero meno alcune caratteristiche che donano spontaneità a questo modo espressivo.
Farlo pubblicamente, rifiutando una targhettizzazione del pubblico, con il rischio di un'esistenza brevissima e, soprattutto, col rischio, anche maggiore, di un'ammenda per atti vandalici dà a questa forma d'arte un'aura di piratesca memoria e di forte ribellione.
"Io ti parlo, non posso fare a meno di farlo, perché questo è il mio modo di essere nel mondo, di provare a modificarlo e di dimostrare che esisto."